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Sanità Pugliese Un Gioco di Illusioni

Meta descrizione Sanità pugliese in crisi: il nuovo disavanzo da 349 milioni porta a un aumento dell’Irpef e colpisce la classe media. Analisi di sprechi, responsabilità politiche e impatto sui servizi ai cittadini

TAG  #SanitàPugliese, #DebitoSanitario, #TasseRegionali, #SprechiPubblici

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Titolo: Sanità Pugliese Un Gioco di Illusioni

Il disavanzo milionario della sanità pugliese si traduce in nuove tasse per la classe media, tra responsabilità politiche, sprechi e servizi che non migliorano.

Sottotitolo: Dal Fatto al Pelo e Contropelo

SANITA' PUGLIESE MARE

Il Fatto: Anatomia di una Stangata

La sanità pugliese affronta un nuovo buco nero: un disavanzo di 349 milioni di euro, apparso nei conti regionali come un fantasma in corsia. La linea ufficiale di via Gentile è un classico del repertorio politico: “Tutta colpa del Governo”, o per dirla in modo attuale, “della Meloni”. I vertici regionali sostengono che il Fondo sanitario nazionale è strutturalmente insufficiente: a fronte di un aumento dei costi sanitari stimato al 3,6%, i trasferimenti da Roma crescono solo dell’1,09%. L’accusa è chiara: il governo nazionale sta scaricando sui bilanci locali il peso di una crisi sistemica. I dati parlano chiaro: la spesa è aumentata di 433 milioni, spinta dai costi del personale (+188 milioni), dalla farmaceutica (+117 milioni) e dai dispositivi medici (+35 milioni). A ciò si aggiunge una zavorra storica di quasi 150 milioni di euro per la mobilità passiva, ovvero il costo dei pugliesi costretti a cercare cure altrove.

Il Pelo: Provvedimenti della Regione Puglia

Di fronte a questo scenario, la giunta regionale ha dovuto attingere al portafoglio dei contribuenti. Dopo aver recuperato 107,6 milioni di euro tramite maggiori entrate e risparmi interni, restano da coprire oltre 241 milioni. La soluzione? Un aumento dell’addizionale regionale Irpef.

Il Presidente della Regione, Antonio Decaro, difende questa scelta come un “atto di alta responsabilità istituzionale e di giustizia sociale”. La difesa si basa su tre punti chiave:

  • Progressività: Nessun incremento per i redditi sotto i 15.000 euro, con un rincaro medio di circa 4 euro al mese per i redditi intermedi (15-28.000 euro) e oltre 66 euro mensili per chi guadagna più di 50.000 euro.
  • Resistenza ai tagli: Si è scelto di mantenere aperti gli ospedali e funzionanti i pronto soccorso, chiedendo un sacrificio a chi ha maggiore capacità economica, piuttosto che tagliare i servizi essenziali.
  • Controffensiva sulle cause: La giunta rigetta le accuse di cattiva gestione, attribuendo la colpa a misure nazionali, come quella del Sottosegretario Marcello Gemmato, che ha comportato un aggravio di 22 milioni di euro per le casse pugliesi.

Il Contropelo: Poltrone, Sprechi e Tasse

Tuttavia, la narrazione della “scelta responsabile” si scontra con la dura realtà di chi vive gli ospedali. Finora ha pagato lo Stato; ora, con i rubinetti più stretti, è comodo puntare il dito contro Roma per coprire anni di gestione allegra.

Ecco alcune incongruenze e sprechi che gridano vendetta:

  • La sanità delle poltrone: Chi ha fallito nella programmazione non riceve alcuna nota di demerito. Direttori e funzionari continuano a occupare le loro poltrone, avanzando in carriera o premiati con consulenze d’oro.
  • Cattedrali nel deserto: L’ospedale Covid alla Fiera del Levante è l’emblema dello scempio gestionale. Milioni spesi tra costruzione e smantellamento, con una struttura ora abbandonata. Le alternative c’erano, come l’Ospedale Militare di Bari, lasciato marcire dal 2008.
  • Liste d’attesa e fuga nel privato: I cittadini si trovano a pagare due volte: come contribuenti per finanziare il pubblico e di tasca propria per cure nel privato, a causa di liste d’attesa insostenibili. I provvedimenti finora adottati si sono rivelati costosi spot privi di programmazione.
  • Il paradosso della mobilità passiva: Spendiamo quasi 150 milioni di euro all’anno per mandare pazienti a curarsi fuori regione, spesso per interventi che le nostre strutture possono gestire. Questo “giro di valzer” è spesso un escamotage per aggirare i tetti di spesa.
  • Contrattazione mancata nel farmaceutico: La Regione non riesce a contrattare i prezzi con le Big Pharma, lasciando la medicina territoriale al ruolo di fantasma. Tuttavia, il provvedimento del Sottosegretario Gemmato ha reso l’accesso ai farmaci salvavita più semplice e diretto.

Conclusione

La stangata Irpef non colpirà solo i super-ricchi, ma anche la classe media, costringendo chi lavora duramente a pagare per gli sprechi altrui, senza garanzie di miglioramenti nei servizi. Questo contributo, che potrebbe sembrare un atto di solidarietà, è percepito come un ulteriore accanimento contro chi si spacca la schiena per un reddito dignitoso, alimentando un clima di vero e proprio odio sociale.

Call to action : Caro lettore, tu cosa ne pensi della sanità pugliese? Hai vissuto sulla tua pelle disservizi, sprechi o difficoltà? Racconta la tua esperienza nei commenti e facciamo sentire la voce di chi vive davvero il sistema sanitario!

Sanità Pugliese: Un Gioco di Illusioni

Nasce la geoeconomia

Quando l’economia diventa geopolitica

La geoeconomia sta cambiando il modo in cui le nazioni si confrontano, spostando il potere dalle armi ai mercati

GEOECONOMIA

Viviamo in un’epoca in cui la parola “geopolitica” è ovunque: la sentiamo nei notiziari, la leggiamo nei titoli dei giornali, la usiamo tra colleghi. La geopolitica è l’arte – e spesso la dura realtà – di come le nazioni si muovono sulla scacchiera del mondo, tra confini, alleanze e strategie di potere. Ma oggi, accanto a questa prospettiva classica, si fa strada un nuovo termine: geoeconomia.

La geoeconomia è la sorella meno rumorosa ma altrettanto potente della geopolitica. Se la geopolitica parla il linguaggio delle armi, dei trattati e delle crisi diplomatiche, la geoeconomia usa strumenti più silenziosi ma spesso ancora più incisivi: tariffe, sanzioni, investimenti, controllo delle risorse. È la politica internazionale che si fa con il portafoglio invece che con l’esercito.

Pensiamo alle “guerre dei dazi” tra Stati Uniti e Cina, alle sanzioni che plasmano i destini di intere nazioni, alla corsa per il controllo delle materie prime e delle tecnologie strategiche. In questo scenario, il valore della cultura, della conoscenza e dell’unità – principi fondamentali sia per la professione medica che per quella giornalistica – diventa centrale. Perché, proprio come nella nostra professione, anche nei grandi equilibri globali la cura e la prevenzione contano più della reazione tardiva.

Oggi economia, tecnologia e sicurezza si intrecciano come mai prima. La globalizzazione ottimista ha lasciato spazio a un mondo dove la protezione degli interessi nazionali passa anche per sanzioni, dazi, embargo su risorse strategiche e interventi statali mirati. Il libero mercato si trasforma: generali e consulenti militari entrano nelle scelte delle multinazionali, mentre la produzione di armi avanzate diventa cruciale per difendere cittadini e aziende da minacce nuove come cyberattacchi e conflitti ibridi. Non è una deriva verso la guerra, ma una nuova fase in cui riconoscere i rischi serve proprio a prevenirla.

La geoeconomia ci insegna che le scelte economiche sono ormai il vero cuore pulsante dei nuovi equilibri mondiali. E ci ricorda quanto sia importante restare vigili, informati e uniti, anche nel nostro piccolo, per affrontare le sfide di un mondo che cambia velocemente. Perché, in fondo, anche la salute delle nazioni – come quella dei nostri pazienti – dipende dalla capacità di leggere i segnali, prevenire le crisi e investire nella cultura condivisa.GEOECONOMIA 1

E il nostro Servizio Sanitario Nazionale? In questo scenario globale, il SSN rappresenta una delle più grandi conquiste di civiltà, ma è anche esposto alle onde lunghe della geoeconomia: dipendenza da forniture estere, accesso alle tecnologie, sostenibilità dei costi e capacità di innovare senza perdere l’anima universalistica. La sfida, oggi più che mai, è proteggere questa ricchezza collettiva, investendo su cultura, formazione e unità tra professionisti. Perché solo così il nostro sistema potrà continuare a battere forte, al servizio di tutti, anche quando i venti internazionali cambiano direzione

Nasce la geoeconomia

 

 

Sanità italiana: tra realtà e futuro

Intervista al Prof. Matteo Di Biase

Pubblicata su il Corriere Nazionale Rubrica Pelo & Contropelo 23 gennaio 2026

Un viaggio senza filtri nella sanità italiana, tra sfide quotidiane e visioni per il futuro. Il Prof. Matteo Di Biase ci racconta cosa serve davvero per cambiare rotta, dalla formazione alle liste d’attesa, passando per innovazione e rapporto umano

Oggi a “Pelo e Contropelo” ospito il prof. Matteo Di Biase, storico Ordinario di Cardiologia dell’Università di Foggia, già membro del Consiglio Superiore di Sanità, aritmologo di fama, voce libera e sempre pronta a dire la sua senza troppi giri di parole.

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Con Matteo ci diamo del tu da sempre, sia nella vita che nel lavoro, e mi fa piacere mantenere questa confidenza anche nell’intervista: penso che renda la conversazione più vera e diretta, proprio come piace ai nostri lettori.
Il prof. Di Biase rappresenta un protagonista che ha visto cambiare la sanità italiana  da dentro e che oggi ci aiuta a capire cosa non va – e cosa potrebbe funzionare meglio – su temi caldissimi come liste d’attesa, Pronto Soccorso (PS), medicina difensiva e appropriatezza. Pronto a metterti in gioco, Matteo?

Liste d’attesa: pubblico, privato e intramoenia

Matteo, le liste d’attesa sono diventate un vero incubo per pazienti e medici. Secondo te, cosa sta succedendo e c’è una soluzione concreta che vedi possibile

Le liste d’attesa sono ormai fuori controllo, e il Covid ha solo accelerato un problema che già esisteva. La soluzione è complicata per mancanza di fondi e di operatori (sproporzione tra richieste e fruibilità del servizio), ma serve volontà. Per me il mezzo più efficace e veloce è permettere ai medici e agli infermieri dipendenti del Sistema Sanitario di aumentare il più possibile l’intramoenia, a patto che essi abbiano già coperto il loro carico di lavoro ordinario ed effettuato le prestazioni previste. Svolgere l’attività intramoenia, che prevede una scelta dell’operatore da parte del paziente è un incentivo per fare meglio l’attività ordinaria. Se non mettiamo mano alla disponibilità reale di operatori, possiamo allungare gli orari di apertura quanto vogliamo ma il risultato non cambia. È sempre meglio utilizzare ed incentivare i “propri” dipendenti, di cui si conoscono le qualità, piuttosto che rivolgersi ad “altri”. Il rischio è che il paziente si senta abbandonato e cerchi scorciatoie nel privato, con costi che spesso non può permettersi. Serve una revisione strutturale, non solo qualche rattoppo.

Pronto Soccorso: organizzazione e gestione dell’emergenza

Il Pronto Soccorso oggi sembra sempre sotto pressione, tra barelle e pazienti che restano ore o giorni. Tu che cambiamenti hai visto rispetto a qualche anno fa

Il PS di oggi non è più quello che conoscevamo: prima era il primo punto di contatto, dove il medico osservava il paziente per un breve periodo di tempo e decideva il Reparto per il ricovero, magari dopo una consulenza rapida, disponendo di molti posti. Oggi, invece, per l’impossibilità di trasferimento nei reparti, tutti intasati, il paziente resta bloccato per ore o per giorni su barelle e letti aggiuntivi, spesso in spazi inadatti, perché la diagnosi e la terapia devono essere fatte direttamente lì. Gli esami di secondo livello – TAC, risonanze – sono diventati routine anche nei PS, ma il personale e gli spazi non sono aumentati di pari passo. Bisogna ripensare il PS come una vera struttura interdipartimentale, simile ad una ampia corsia ospedaliera, capace di erogare differenti livelli di prestazioni con personale e risorse dedicate e soprattutto con spazi ampi e progettati ad hoc con ampie visioni. Continuare a tamponare non basta più, servono scelte radicali e coraggiose.

Tassazione e intra moenia: chi ci guadagna davvero

Tanti colleghi dicono che lavorare in intramoenia non è così vantaggioso come sembra. Tu come la vedi?

L’intramoenia, così come è, è una mezza illusione. Il paziente paga come nel privato, l’Azienda trattiene il 35% della prestazione, poi c’è la tassazione ordinaria che supera il 36%, più la trattenuta ENPAM. Alla fine, su 100 euro, il medico ne porta a casa meno della metà. Questo scoraggia molti colleghi e rende il sistema meno efficiente. Bisognerebbe eliminare le trattenute di Regione e Stato, lasciando che il paziente paghi solo la quota destinata realmente al personale. Così si favorirebbe l’accesso alle cure (almeno per le prestazioni ambulatoriali) e si darebbe finalmente valore al lavoro degli operatori, senza pesare inutilmente sui pazienti già in difficoltà per la malattia.

Appropriatezza e richieste “inutili”

Si parla sempre di richieste inappropriate e medicina difensiva. Secondo te, è davvero così facile distinguere il necessario dal superfluo

Parlare di inappropriatezza è rischioso, perché ogni richiesta nasce da un ragionamento clinico che il curante fa per tutelare il paziente. Solo una corretta diagnosi può portare ad una terapia efficace. Certamente le cifre che circolano non sono attendibili e sicuramente non aiutano a risolvere il problema dell’appropriatezza. Bisogna ricordare che la medicina difensiva incide sull’appropriatezza per 2 punti di PIL e rappresenta almeno il 5% delle richieste totali. Ma chi può dire davvero cosa è superfluo e cosa non lo è? La pressione legale e sociale porta i medici a prescrivere di più per evitare rischi, ma il vero problema è la mancanza di fiducia e di strumenti condivisi per valutare l’appropriatezza. Serve più dialogo e meno giudizi sommari.

Adesso, lasciando da parte le criticità organizzative, vorrei chiederti un parere su ciò che riguarda la formazione dei nuovi medici, l’innovazione e il rapporto con i pazienti. Sono aspetti che spesso restano in secondo piano ma che, alla fine, fanno davvero la differenza nella pratica quotidiana e nel futuro della nostra professione.

Formazione e professione medica

Università e formazione pratica

Molti giovani medici dicono che l’Università prepara bene sulla teoria, ma poi in reparto si sentono spaesati. Tu dove pensi che si sbagli e cosa si potrebbe cambiare

Secondo me, l’Università deve puntare molto di più sulla pratica clinica e sul far stare gli studenti più a lungo in corsia sempre in presenza di tutor esperti e con meno lezioni frontali sterili. Solo con l’esperienza e vedendo operare i Colleghi più anziani si impara davvero a gestire i pazienti e a prendere decisioni, non solo a chiedere una batteria di esami nella speranza che sia incluso quello giusto.

Specializzazioni e accesso al lavoro

Il sistema delle specializzazioni è spesso una corsa a ostacoli: test, poche borse, tempi lunghi… Tu come lo miglioreresti

Penso che serva una attenta programmazione dei bisogni per almeno 10 anni e che bisogna mettere a disposizione le borse in maniera proporzionale investendo molto di più. L’accesso deve essere più trasparente e più veloce. Troppi giovani restano bloccati anni, rischiando di demotivarsi o scappare all’estero.

Sanità territoriale e medicina di base

Si parla sempre di potenziare la medicina territoriale, ma i cittadini vedono pochi cambiamenti. Secondo te, dove stiamo sbagliando

Manca davvero l’integrazione tra ospedale e territorio: i medici di base sono spesso lasciati soli e la digitalizzazione è ancora troppo indietro. Servirebbe una rete più forte e strumenti più semplici per collaborare davvero. Aumentare le strutture extraospedaliere aggiungendone nuovi tipi di strutture non è risolutivo in quanto il livello diagnostico nei presidi periferici è limitato dalla scarsa disponibilità di mezzi per la diagnosi per cui alla fine…si ricorrerà sempre in ospedale. Per questo il PS deve essere rivisitato e modificato nella sua struttura (spazi e prestazioni). In alcune città italiane i presidi extraospedalieri fanno rete con l’ospedale in quanto dipendono dallo stesso Direttore di Struttura che, avendo a disposizione tutto il disponibile, organizza e indirizza le prestazioni anche in periferia. È una strada che si potrebbe provare a percorrere.

In una sanità che deve evolversi, innovazione, ricerca e rapporto umano sono diventati sfide centrali. Su questi argomenti, ecco le idee e l’esperienza del Prof Di Biase.

Innovazione, ricerca e rapporto umano

Ricerca e innovazione

L’Italia investe poco in ricerca e innovazione. Secondo te, cosa manca davvero per fare il salto di qualità

È mia opinione che l’unico motore per la ricerca e l’innovazione sono i fondi che non possono essere messi a disposizione dallo Stato. In tutto il mondo un buon 80% dei fondi è fornito dai privati per obiettivi ben definiti tra cui spicca l’innovazione. Inoltre la ricerca è integrata nel senso che le Università partecipano con le proprie strutture a fornire i mezzi. In Italia i fondi statali sono necessariamente limitati, non vi sono ingenti investimenti esteri e le Università non partecipano ai programmi nuovi ed originali per mancanza di strutture. Spesso chi ha idee nuove e valide resta ai margini per insufficiente dotazione finanziaria.

Rapporto medico-paziente e burocrazia

Tra burocrazia e carichi di lavoro, secondo te c’è ancora spazio per il rapporto umano col paziente

È sempre più difficile, ma è proprio quello che fa la differenza. Bisognerebbe alleggerire le scartoffie e ridare tempo e valore all’ascolto, altrimenti rischiamo di perdere il senso della professione.

Prof, da Cardiologo “di lungo corso” e con la passione per il giornalismo, mi capita spesso di riflettere su quanto la comunicazione sia centrale nel nostro lavoro. Visto che ci conosciamo e ci stimiamo da tanti anni, mi fa piacere condividere con te qualche spunto che mi sta a cuore, soprattutto pensando ai giovani colleghi e alle sfide che ci aspettano con la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale.

  1. Comunicazione e digitalizzazione: materie obbligatorie per la medicina che cambia

Prof, quanto pensi siano fondamentali la comunicazione e le competenze digitali per i medici di oggi e di domani? L’Università dovrebbe inserirle nei piani di studio come materie obbligatorie

Sono convinto che la comunicazione sia una vera competenza clinica: se non sai spiegare, ascoltare e creare fiducia, rischi di non curare davvero. Dovrebbe essere insegnata come materia di base, con esercitazioni pratiche e feedback, dal primo anno di Medicina e non lasciata solo all’improvvisazione. Allo stesso modo, oggi è fondamentale conoscere gli strumenti digitali: la medicina sta cambiando e chi non si aggiorna rischia di restare indietro. Serve una formazione di base su informatica e intelligenza artificiale, sia teorica che pratica, per preparare davvero i futuri medici alle nuove sfide — ma sempre con la consapevolezza che la massa delle informazioni va controllata e approfondita continuamente. Solo così le nuove competenze, supportate dalla creatività e dal pensiero critico che può dare solo la mente umana, possono diventare davvero utili nella pratica clinica.

Grazie di cuore, Prof Di Biase, per aver condiviso con noi la tua visione senza filtri e la tua esperienza vissuta sul campo, quella che non si trova nei manuali ma tra le corsie, le barelle e le scelte difficili di ogni giorno. Credo che ai lettori serva proprio questo: voci vere, che non si accontentano di slogan o rattoppi, ma chiedono soluzioni concrete e coraggiose.
Forse sarebbe ora che chi amministra la nostra sanità si fermasse davvero ad ascoltare chi la vive ogni giorno, invece di inventare ricette dall’alto. Perché la medicina si cambia solo insieme, e solo se si parte dalla realtà.
A presto, e grazie ancora per averci aiutato a guardare “a pelo e contropelo” la sanità italiana!

 

OK

https://www.corrierenazionale.net/2026/01/23/sanita-italiana-realta-futuro/

La medicina che tutela il lavoro

Intervista esclusiva alla Dott.ssa Ilaria Tatò, specialista in Medicina del Lavoro e Fisiatria, sul valore della prevenzione, della tutela della salute dei lavoratori e del ruolo chiave del medico competente

Il 1° maggio, Festa del Lavoro, è molto più di una semplice ricorrenza: è il momento in cui il valore del lavoro e la tutela di chi lo svolge diventano protagonisti.  In questa giornata simbolica, la Medicina del Lavoro si rivela per ciò che è davvero: una disciplina che va oltre la burocrazia e si fa presidio attivo della dignità umana, dentro e fuori l’azienda.  Da questa consapevolezza nasce il dialogo che segue. Il medico competente non è soltanto garante delle regole, ma una figura chiave capace di connettere sicurezza, salute e vita quotidiana dei lavoratori.

In queste pagine, io e la Dott.ssa Ilaria Sabina Tatò — medico del lavoro e fisiatra presso il Poliambulatorio Medica Sud Bari, nonché consigliere e amministratore delegato — ci daremo del tu, da colleghi, per affrontare insieme i temi della prevenzione, dell’ascolto e della responsabilità condivisa.  Un dialogo a due voci — Riccardo Guglielmi e Ilaria Tatò — che mette al centro la cultura della prevenzione e il valore della responsabilità condivisa, ricordandoci che la vera festa del lavoro passa dalla tutela concreta delle persone che ogni giorno lo rendono possibile.

In un mondo in cui la produttività rischia talvolta di oscurare la sicurezza, questa riflessione diventa ancora più urgente: la medicina del lavoro è chiamata a essere alleata della vita, a costruire fiducia e a restituire umanità ai numeri delle statistiche.

  • Il contesto: la tutela come missione

Ilaria e riccardo

Dottoressa Tatò, la Medicina del Lavoro vive spesso prigioniera di un groviglio burocratico che ruota attorno al D.Lgs 81/2008. Spogliandola di carte e obblighi, qual è oggi il suo vero obiettivo.  È solo una questione di idoneità o siamo di fronte a una visione più profonda dell’uomo che lavora

Caro Riccardo, hai centrato il punto. La medicina del lavoro non è un freddo elenco di visite, ma il presidio della dignità della persona. La norma ci dà lo scheletro, ma il cuore della nostra missione è fare in modo che il lavoro non sia un luogo di logoramento. Oggi la sfida è più sottile: non guardiamo più solo al rischio fisico, ma ci prendiamo cura di quel benessere “invisibile” — lo stress, l’ergonomia mentale — che definisce la qualità della vita di chiunque, che sia in fabbrica o davanti a uno schermo

  • Sorveglianza sanitaria: confine tra controllo e protezione

La sorveglianza sanitaria è spesso guardata con sospetto, vissuta come il “braccio operativo” dell’azienda. Dove finisce il dovere del datore di lavoro e dove inizia invece il diritto del lavoratore a essere protetto.  Quando è davvero legittimo “aprire la porta” dello studio medico

Ti confesso che nel mio studio cerco di far sentire il paziente in un porto sicuro. La visita non è un atto di arbitrio: è una stretta di mano protettiva. Non esiste il diritto del datore di “controllare per curiosità”, né quello del lavoratore di pretendere una visita senza un nesso col rischio. Quando visito, lo faccio per un motivo preciso: assicurarmi che il lavoro non stia chiedendo al corpo più di quanto possa dare. È un patto di lealtà, dove la norma è solo lo strumento per proteggere il valore più grande: la salute

  • Il giudizio di idoneità: una sentenza o un dialogo

Il medico competente emette un giudizio. Ma quando quel verdetto – un’idoneità con limitazioni o un’inidoneità – rischia di deviare la traiettoria professionale di una vita, cosa succede? C’è spazio per un confronto, o siamo davanti a una sentenza definitiva

 Il mio giudizio non è mai una “sentenza” calata dall’alto, ma il risultato di un ascolto. Certo, la clinica è sovrana: se la salute non permette una mansione, devo tutelare la vita. Ma la legge ci offre strade di revisione – ricorsi, rivalutazioni, approfondimenti – proprio perché la salute è dinamica. Mi piace pensare che il mio giudizio sia un consiglio tecnico per far sì che il lavoratore possa continuare a contribuire alla società senza sacrificare se stesso

  • Il licenziamento e l’obbligo di “salvataggio”

Il tema dell’inidoneità fa paura. Molti leggono in una diagnosi la condanna al licenziamento. Qual è il reale confine tra l’impossibilità di svolgere una mansione e il  dovere, da parte dell’azienda, di non abbandonare il lavoratore

Questa è la parte che mi sta più a cuore. Il licenziamento non è la prima soluzione, è l’ultima spiaggia, una sconfitta per tutti. Il datore ha un obbligo morale e giuridico: il repêchage. Prima di chiudere un rapporto, dobbiamo esplorare ogni angolo dell’azienda: esistono mansioni diverse? Possiamo adattare l’ambiente? Con piccoli accorgimenti, spesso riusciamo a cucire su misura la mansione sul lavoratore. Il nostro obiettivo è il mantenimento, non l’esclusione

  • L’indipendenza del medico: un equilibrista tra due mondi

Ilaria tu sei retribuita dall’azienda ma devi tutelare il lavoratore. È un equilibrio da funamboli. Come mantieni intatta la tua autonomia deontologica in un contesto che è, per definizione, conflittuale

È una domanda che tocca l’essenza della nostra etica. Essere pagati dall’azienda non significa essere “di proprietà” dell’azienda. La mia bussola è il codice deontologico: se un datore prova a farmi pressioni, la mia risposta sta sempre nella cartella clinica, nei dati oggettivi. Il conflitto esiste, è vero, ma lo risolvo mettendo la persona al centro. Quando il lavoratore capisce che sto guardando alla sua salute e non alla produttività, il muro di diffidenza crolla e nasce un rapporto di fiducia reale

  • Sindacati e Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza: il ruolo del testimone

Che ruolo giocano i sindacati e i RLS in questo intreccio? Hanno potere di interferire sulla diagnosi o sono sentinelle di un processo che deve restare trasparente

Sono le nostre sentinelle, indispensabili. I RLS sono il ponte tra il mio ufficio e la platea dei lavoratori. Non entrano mai nel merito della diagnosi – quella è la mia responsabilità sacra – ma vigilano affinché il processo sia trasparente. Il loro compito è garantire che la prevenzione non resti un’idea astratta, ma diventi parte della cultura aziendale quotidiana

  • Il paradosso degli infortuni: perché continuiamo a contare i danni

 Dottoressa, guardiamo i numeri, guardiamo la cronaca: nonostante anni di campagne, norme e innovazioni, gli infortuni sul lavoro restano una piaga aperta, spesso con esiti drammatici. Senza giri di parole: dove stiamo fallendo? Qual è il “peccato originale” che rende ancora così pericoloso il nostro fare impresa

 Riccardo, la tua è la domanda che ogni mattina dovrebbe far tremare i polsi a chi si occupa di sicurezza. La verità è che non c’è una sola causa, ma un intreccio di responsabilità. Abbiamo una cultura della sicurezza che è ancora, purtroppo, un vestito che non ci calza bene: troppo spesso viene indossato solo per obbligo, mai per convinzione. Le procedure, sulla carta, sono perfette; nella pratica, vengono aggirate per la fretta o per la cronica pressione sui ritmi produttivi. Quando la velocità diventa l’unica metrica del successo, il rischio viene sistematicamente declassato. E poi, c’è il nodo fatale: in troppi settori la sicurezza viene ancora contabilizzata come un costo da tagliare, anziché come il pilastro su cui fondare la produzione. Finché non capiremo che investire in prevenzione è l’unica vera forma di sostenibilità economica, continueremo, purtroppo, a piangere il mancato ritorno a casa di un lavoratore.»

  • Assenze e controlli: i confini del medico competente

Un’ultima curiosità: in un’epoca di sospetti incrociati, quanto è frustrante sentirsi chiedere se il medico del lavoro può fare il “lavoro sporco” per stanare chi abusa delle malattie? Qual è il confine tra la gestione del rischio e il controllo fiscale

 Ti rispondo con un sorriso: io sono un medico, non un investigatore. Quando mi viene chiesto di “fare controlli” su chi è assente, spiego sempre che la mia funzione è la tutela del benessere. Le visite fiscali spettano ad altri. Quando un lavoratore torna da una lunga malattia, io sono lì per capire se è pronto, non per indagare sul passato. Il mio sguardo è rivolto al futuro, al reinserimento. Se riusciamo a far capire questo, la medicina del lavoro smette di essere un “nemico” e torna a essere quello che dovrebbe essere: un alleato della vita

Conclusione

Alla fine, dietro ogni giudizio di idoneità e ogni firma su un documento, non ci sono solo protocolli, ma storie. Storie di lavoratori che chiedono di essere ascoltati e di datori che tentano l’equilibrio difficile tra sicurezza e produttività. Il medico, in questo scenario, è un equilibrista che cammina sul filo sottile della responsabilità. Questa intervista ci ricorda che la Medicina del Lavoro non è un esercizio burocratico, ma una questione di umanità. La sfida, oggi, è non smarrire mai il senso della misura, restando sempre dalla parte della dignità. Perché, in fondo, la vera sicurezza non si scrive solo nei decreti: si costruisce ogni giorno, guardandosi negli occhi.  In fondo, il senso più autentico del 1° maggio è proprio questo: celebrare il lavoro significa prendersi cura delle persone che lo rendono possibile, ogni giorno, con rispetto, attenzione e responsabilità condivisa. Solo così la medicina del lavoro può essere davvero alleata della vita e della società.

Grazie dott.ssa Ilaria per questa bella chiacchierata

ILARIA CARDIOLOGA 1

foto Medica SUD

MEDICA SUD 2

MEDICA SUD 1

Consulta anche gli articoli su:

Redazione Corriere PL

Redazione Il Corriere Nazionale 

Riccardo Guglielmi Giornalista Scientifico 

 

 

 

La medicina che tutela il lavoro

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La sanità pugliese si racconta al congresso CISL Medici di Bari

Esperti, dirigenti e professionisti a confronto su sfide, proposte e nuovi modelli organizzativi per il futuro della salute in Puglia

Innovazione, territorio e dignità professionale

Venerdì 6 marzo, al Victoria Park Hotel di Bari, si è svolto il congresso CISL Medici Puglia, un appuntamento che ha riunito esperti, dirigenti e professionisti per un confronto diretto sulle sfide e i nuovi modelli organizzativi della sanità regionale. L’incontro ha visto la partecipazione di figure di spicco come Luciana Cois, Francesco Donato e i vertici della segreteria regionale, con un focus su innovazione tecnologica, contrattualistica e benessere dei professionisti.

Un congresso di grande valore, ricco di contenuti e caratterizzato dalla competenza dei relatori, che ha premiato l’impegno dei colleghi organizzatori: Dario Troise, Segretario regionale  CISL Medici Puglia, e Nicola Vitale, responsabile della segreteria organizzativa.

La tavola rotonda “Medicina del Territorio”, guidata da Riccardo Guglielmi, ha offerto spunti concreti grazie agli interventi di Matteo Netti (veterinario), Maria Chirico (geriatra), Luciana Cois e Francesco Donato. Tra le criticità emerse, spicca il mancato riconoscimento di una pari dignità professionale tra specialisti ambulatoriali interni e medici ospedalieri, tema che si intreccia con la difficoltà di integrare realmente ospedale e territorio. Nonostante i tentativi di riforma, la mentalità ospedalocentrica continua a prevalere, ostacolando la piena collaborazione tra servizi territoriali e ospedalieri prevista dalla legge 883 del 1978. Il territorio riceve pazienti dall’ospedale tramite canali preferenziali (dimissioni protette in ADI, RSA, RSSA, strutture riabilitative), ma il percorso inverso resta problematico: lo specialista ambulatoriale non dispone di vie dirette per inviare pazienti cronici in ospedale in caso di acuzie, generando il fenomeno del “paziente ping pong” e compromettendo la continuità assistenziale, soprattutto nelle patologie come lo scompenso cardiaco cronico, che presenta un alto tasso di riospedalizzazione.

Tra i numerosi interventi dal pubblico, si segnala quello qualificante di Carlo Bux, storico e autorevole dirigente della CISL Medici di Puglia, da decenni impegnato nella specialistica ambulatoriale. Bux ha sottolineato con forza: «Fra le cause che sono state evidenziate determinanti le lunghe liste di attesa nella Sanità Pugliese, emerge prepotentemente la grave carenza di risorse umane; in particolare sul territorio la CISL Medici ha suggerito agli organi Istituzionali competenti di sbloccare il monte ore storico della Specialistica Ambulatoriale Interna che la Regione ha ‘congelato’ dal 2001, a seguito del passaggio dei Medici Specialisti Ambulatoriale nella dirigenza Medica dipendente in applicazione dell’Art. 34 della Legge Finanziaria del 1997»

Durante la giornata si è discusso anche di intelligenza artificiale (Alessandro Belpiede), responsabilità professionale (Giuseppe Giordano) e provvedimenti disciplinari (Domenico Francesco Donato). L’intervento in streaming dell’Assessore alla Salute Donato Pentassuglia è stato commentato da Antonio Castellucci (Segretario Regionale Confederale CISL Puglia) e Luciana Cois, arricchendo ulteriormente il dibattito.

La parte veterinaria ha messo in evidenza il modello One Health, sottolineando il ruolo strategico della Medicina Veterinaria Specialistica nella sanità pubblica e la necessità di pari dignità tra specialisti e dirigenti. Le attività istituzionali e di prevenzione, la sicurezza alimentare, la lotta all’antibiotico-resistenza e la tutela del benessere animale sono state presentate come pilastri fondamentali per garantire un equilibrio sostenibile tra uomo, animale e ambiente.

Un altro tema cruciale è la sburocratizzazione dell’attività medica: oggi il medico dedica più tempo alla gestione di piattaforme digitali (CCE, SIST, NCUP, Edotto…) che alla visita del paziente, a causa della carenza di risorse umane (infermieri, OSS, amministrativi) e strumentali. La logistica, spesso inadeguata, contribuisce a sottrarre tempo prezioso alla cura e al follow-up, evidenziando l’urgenza di alleggerire il carico burocratico e restituire centralità alla professione medica.

Nel corso del congresso sono state avanzate proposte concrete: incremento del monte ore storico, maggiori risorse economiche per la specialistica ambulatoriale, convocazione del tavolo regionale per il rinnovo dell’Accordo Integrativo Regionale (AIR) e attivazione dei tavoli aziendali per gli accordi attuativi. La collaborazione territoriale e l’integrazione multiprofessionale sono state indicate come strumenti essenziali per una sanità più efficiente ed efficace.

Il congresso ha posto al centro la dignità professionale, la qualità delle proposte operative e la volontà di costruire una sanità pugliese capace di affrontare le nuove sfide, valorizzando tutti gli operatori e promuovendo una reale integrazione tra ospedale e territorio.

 Riccardo Guglielmi Cardiologo e Giornalista Scientifico

 

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