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Dall’Arte alla Scienza

Un viaggio tra arte, scienza e cultura italiana, alla scoperta di quel genio che continua a stupire il mondo con passione e curiosità

Il genio italiano – Memorie da non dimenticare

Ci sono trasmissioni televisive che si guardano e poi svaniscono nel flusso delle immagini quotidiane. E ce ne sono altre che restano come un libro letto nel momento giusto della vita, come una visita a una città amata o come una conversazione che continua dentro di noi anche quando è terminata. La puntata “Il Genio Italiano” di Una giornata particolare appartiene a questa seconda categoria. Non è stata soltanto una trasmissione divulgativa: è stata un attraversamento dell’anima italiana, una meditazione sulla grandezza e sulle contraddizioni di una civiltà che, pur fragile sul piano politico e spesso lacerata nella storia, ha saputo lasciare un’impronta immensa nel destino del mondo.

Aldo Cazzullo costruisce il racconto come un pellegrinaggio nella memoria dell’Italia. Non un elenco di date o di monumenti, ma un itinerario spirituale. Ogni figura evocata non è semplicemente un personaggio storico: è una forma dell’intelligenza umana, una diversa incarnazione del genio.

Il genio italiano

Il viaggio sembra iniziare da Roma, da Giulio Cesare, che appare quasi come il primo grande italiano universale. Cesare non viene raccontato soltanto come condottiero, ma come uomo capace di comprendere il potere delle idee e della parola. Colpisce il modo in cui emerge la sua modernità: il generale che scrive di se stesso, il politico che capisce la forza della narrazione, l’uomo che intuisce che governare significa anche costruire immaginario. Roma, attraverso di lui, non è soltanto conquista militare: è diritto, urbanistica, lingua, ordine del mondo. Le strade romane, ricordate nella trasmissione, sembrano quasi vene attraverso cui ancora oggi scorre il sangue dell’Europa.

Poi arriva Dante Alighieri, e qui la puntata raggiunge uno dei momenti più alti. Non si può dimenticare l’interpretazione dell’Ulisse dantesco. In quella lettura, Ulisse non è più soltanto l’eroe omerico: diventa il simbolo eterno dell’uomo che non accetta i limiti imposti, che vuole conoscere, che preferisce il rischio della verità alla tranquillità dell’ignoranza. “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.” In quella frase è racchiusa forse tutta la civiltà italiana. Ulisse, nella lettura proposta, rappresenta la tensione verso l’infinito, ma anche il prezzo terribile della conoscenza. È il medico, il filosofo, l’esploratore, lo scienziato, il poeta. È l’uomo che attraversa le Colonne d’Ercole pur sapendo che potrebbe perire. La sua tragedia è anche la sua grandezza. Dante stesso appare allora come il vero creatore dell’Italia spirituale: un uomo esule, ferito dalla politica, eppure capace di costruire una lingua comune prima ancora che esistesse una nazione. Dante non unisce l’Italia con le armi ma con la parola. Questa è una delle intuizioni più profonde della trasmissione. L’Italia nasce prima come civiltà e solo molto più tardi come Stato.

Quando il racconto giunge al Rinascimento, la sensazione è quella di entrare nel cuore luminoso del genio italiano. Botticelli appare come il pittore della grazia assoluta. Le sue figure sembrano sospese tra carne e spirito. Nella Primavera e nella Nascita di Venere non vi è soltanto bellezza estetica: vi è l’idea che il mondo possa essere armonia. Colpisce il modo in cui la puntata mostra Firenze come una città irripetibile, un luogo in cui arte, politica, filosofia e commercio convivevano producendo energia creativa.

Raffaello emerge invece come il pittore dell’equilibrio perfetto. In lui il Rinascimento sembra raggiungere una serenità quasi divina. Le sue Madonne hanno qualcosa che va oltre la religione: sono immagini di pace interiore. Guardando Raffaello si comprende perché l’Italia abbia insegnato all’Europa l’idea stessa di bellezza.

E poi Leonardo da Vinci

Qui il documentario sembra fermarsi quasi con reverenza. Leonardo appare non soltanto come un genio, ma come l’incarnazione stessa della curiosità umana. Pittore, anatomista, ingegnere, scienziato, musicista: in lui ogni confine tra discipline scompare. È forse il personaggio che più colpisce chiunque abbia formazione scientifica e umanistica insieme. Leonardo osserva il corpo umano con lo sguardo dello scienziato e con quello dell’artista. Nei suoi studi anatomici si sente già la medicina moderna, ma anche qualcosa di più profondo: il desiderio di capire il mistero della vita. Le sue macchine volanti non sono soltanto invenzioni tecniche; sono il simbolo dell’uomo che vuole superare i propri limiti naturali.

La puntata insiste molto su un punto fondamentale: Leonardo non separava mai arte e scienza. Questa forse è la più grande lezione italiana. La conoscenza non è compartimento stagno; è unità. L’intelligenza vera tiene insieme precisione e immaginazione.

Dopo Leonardo emerge Andrea Palladio, e il tono cambia. Se Leonardo rappresenta il movimento incessante della mente, Palladio rappresenta l’ordine. Le sue ville venete sembrano costruite secondo una musica silenziosa. In lui architettura e matematica diventano armonia visibile.

Colpisce il ricordo del fatto che l’architettura palladiana abbia influenzato il mondo intero, fino agli edifici pubblici americani. È straordinario pensare che una visione nata nelle campagne venete abbia modellato il linguaggio universale del potere occidentale. Palladio insegna che la misura non è freddezza ma equilibrio; che la bellezza nasce dalla proporzione.

Cristoforo Colombo viene raccontato come figura profondamente italiana anche se il suo destino appartiene al mondo. In lui ritorna l’ombra di Ulisse. Colombo attraversa l’oceano come l’eroe dantesco attraversava il mare proibito. Anche qui il viaggio non è soltanto geografico: è spirituale. L’uomo che parte verso l’ignoto incarna il coraggio della civiltà europea nel momento della sua massima espansione.

Ma la trasmissione è molto intelligente nel mostrare anche le ambiguità della modernità. La scoperta del Nuovo Mondo non è presentata soltanto come gloria: porta con sé conquista, violenza, trasformazioni irreversibili. Il genio umano, sembra suggerire il racconto, non è mai innocente.

Con Bernini l’Italia diventa teatro. Roma barocca esplode in movimento, luce, stupore. Bernini scolpisce il marmo come se fosse carne viva. Le sue statue sembrano respirare. La puntata trasmette molto bene la sensazione che il Barocco italiano sia stato una forma di regia totale dello spazio e delle emozioni.

Poi il viaggio si avvicina al Novecento, e qui il tono si fa più umano, più vicino alla nostra sensibilità contemporanea. Roberto Rossellini e Ingrid Bergman rappresentano un incontro tra cinema e verità. Il neorealismo italiano viene raccontato come uno dei momenti in cui l’Italia ha saputo guardare senza retorica le ferite della storia.

Ingrid Bergman, con la sua presenza nordica e tormentata, entra nel cinema italiano portando un’intensità nuova. Rossellini la filma non come diva ma come anima inquieta. Nei loro film il dopoguerra europeo appare nella sua nudità morale.

E poi Anna Magnani.

Forse una delle figure più commoventi della puntata. Magnani non è soltanto attrice: è Roma stessa, è il popolo italiano, è il dolore trasformato in dignità. Nel suo volto vi sono guerra, povertà, passione, ironia, disperazione e forza. Quando si parla della Magnani si comprende che il genio italiano non appartiene soltanto ai grandi palazzi o ai musei: vive anche nelle strade, nei gesti quotidiani, nella capacità di resistere.

Magnani porta sullo schermo una verità umana quasi brutale. Nessuna eleganza artificiale, nessuna perfezione astratta. Eppure proprio per questo diventa universale.

Il percorso arriva fino ai nostri giorni mostrando come il genio italiano continui a manifestarsi in forme diverse: nel cinema, nella moda, nel design, nella cucina, nella musica, nella capacità di creare bellezza anche dentro la crisi.

Uno degli aspetti più belli della trasmissione è proprio questa idea: l’Italia non smette mai completamente di produrre cultura perché la sua vera ricchezza non è materiale ma simbolica. È una civiltà che ha insegnato al mondo il senso della forma, della misura, della luce, dell’immaginazione.

E forse il messaggio finale più importante è questo: il genio italiano nasce dall’inquietudine.

Nasce dall’uomo che non si accontenta. Nasce dall’esule Dante. Nasce dall’audacia di Ulisse. Nasce dalla curiosità infinita di Leonardo. Nasce dall’armonia di Palladio. Nasce dalla passione della Magnani. Nasce perfino dalle contraddizioni della nostra storia.

L’Italia ha spesso perso guerre, conosciuto divisioni, subito invasioni, attraversato crisi politiche e morali. Eppure continua a parlare al mondo attraverso la bellezza.

Forse perché, come suggerisce implicitamente la trasmissione, il vero potere italiano non è mai stato il dominio, ma la capacità di dare forma all’anima umana.

E allora questa puntata merita davvero di essere conservata nella memoria, non come semplice documento televisivo, ma come promemoria di ciò che siamo stati e di ciò che, nonostante tutto, possiamo ancora essere.

Ho scritto un capitolo continuo, pensato come memoria personale e culturale della puntata, cercando di conservarne non solo i contenuti ma anche il respiro umano e spirituale che trasmetteva.

Metadescrizione La puntata ha intrecciato arte, scienza e storia, mostrando come il genio italiano nasca dalla contaminazione tra discipline e dalla memoria condivisa

Dall’arte alla scienza

Il Fascino di Claudio Santoliquido

 

SGUARDI

Il Fascino di Claudio Santoliquido

Claudio Santoliquido torna con “Il Fascino – Fotografie e Racconti” . Non un semplice catalogo fotografico, ma un viaggio nel sommerso dell’esistenza, dove il lettore è chiamato a colmare lo scarto tra ciò che vede e ciò che sente

Un’Operazione di Rottura nell’Estetica Contemporanea

Dopo “Scatti – Alla ricerca dell’anima”, KliK ha prodotto “Fascino – Fotografie e Racconti”, sempre per WIP Edizioni. Questa nuova opera di Claudio Santoliquido si distingue per la sua proposta innovativa e per la riflessione profonda sulla percezione del reale.

Un’Opera di Riflessione sulla Percezione del Reale

In un panorama editoriale spesso caratterizzato da una perfetta, sebbene talvolta sterile, corrispondenza tra immagine e parola, “Il Fascino” di Claudio Santoliquido emerge come un’opera di rottura. Non si tratta di un semplice catalogo fotografico né di una raccolta di racconti brevi, ma piuttosto di un dispositivo che invita a una riflessione profonda sulla percezione della realtà.

La Poetica dello Scatto e dello Scarto

La cifra stilistica di Santoliquido risiede nel suo rifiuto di una sinergia immediata tra testo e immagine. L’autore crea un equilibrio costante tra l’istinto dell’immagine e la riflessione della parola. Se i suoi scatti catturano attimi di vita — come un temporale o un volto segnato dal tempo — è attraverso il “scarto” semantico che eleva l’opera a una dimensione metafisica.

In questo lavoro, la fotografia non illustra il testo e viceversa; tra i due si genera uno spazio vuoto, una distanza intellettuale che l’osservatore è chiamato a colmare. Questa strategia ricorda la lezione di Marcel Duchamp e del ready-made: l’oggetto fotografato viene decontestualizzato, assumendo un valore simbolico che trascende la sua natura fisica. Il frammento isolato dallo scatto rivela il sommerso, trasformando dettagli quotidiani in un “primo passo verso un’agognata libertà”.

Il Paradigma della “Corteccia”

L’architettura del libro si articola attorno alla metafora della “corteccia” della realtà. Santoliquido decostruisce l’apparenza attraverso capitoli significativi:

  • La Metafisica dell’Ombra: In “L’ombra…”, l’autore suggerisce che la proiezione immateriale è l’unica testimone autentica, capace di rendere l’individuo “vero, unico, mai uguale”.
  • L’Estetica del Tempo: I ritratti di volti segnati dalle rughe sono celebrati non per la loro bellezza formale, ma come “mappe esclusive della personalità”. Qui, il fascino è inteso come stratificazione del vissuto, in contrasto con la staticità del canone estetico moderno.

Struttura e Fil Rouge

L’indice del libro rivela una complessità emotiva, con capitoli che dialogano tra di loro, creando un’opera organica:

  • L’Evoluzione del Rapporto: Si passa dal contatto fisico e rassicurante di “Dammi la mano…” alla consapevolezza della “Normalità” della fine, dove dimenticarsi diventa l’unica via per la sopravvivenza emotiva.
  • Il Contrasto Sociale: “Cinque amici” introduce il tema della solitudine come maledizione e benedizione, creando un ponte tra l’aristocrazia del lignaggio e quella dello spirito.

Conclusione

“Il Fascino” è un’opera che richiede un lettore attivo. Santoliquido utilizza la fotografia come uno strumento di indagine forense dell’anima, dove ciò che appare è solo l’esca per spingere lo sguardo verso il segreto del sommerso. Non è un libro per chi cerca conferme visive, ma per chi è disposto a mettere in discussione la solidità della materia a favore della fluidità del sentimento. L’autore riesce nell’arduo compito di rendere visibile non ciò che è in superficie, ma ciò che pulsa sotto di essa.

 

META Fascino – Fotografie e racconti di Claudio Santoliquido (WIP Edizioni): un viaggio nel sommerso tra immagini, parole e percezione del reale

Bari, 22.05.2026 Riccardo Guglielmi

Il Fascino di Claudio Santoliquido

 

 

Sanità Pugliese Un Gioco di Illusioni

Meta descrizione Sanità pugliese in crisi: il nuovo disavanzo da 349 milioni porta a un aumento dell’Irpef e colpisce la classe media. Analisi di sprechi, responsabilità politiche e impatto sui servizi ai cittadini

TAG  #SanitàPugliese, #DebitoSanitario, #TasseRegionali, #SprechiPubblici

Key word sanità pugliese

Titolo: Sanità Pugliese Un Gioco di Illusioni

Il disavanzo milionario della sanità pugliese si traduce in nuove tasse per la classe media, tra responsabilità politiche, sprechi e servizi che non migliorano.

Sottotitolo: Dal Fatto al Pelo e Contropelo

SANITA' PUGLIESE MARE

Il Fatto: Anatomia di una Stangata

La sanità pugliese affronta un nuovo buco nero: un disavanzo di 349 milioni di euro, apparso nei conti regionali come un fantasma in corsia. La linea ufficiale di via Gentile è un classico del repertorio politico: “Tutta colpa del Governo”, o per dirla in modo attuale, “della Meloni”. I vertici regionali sostengono che il Fondo sanitario nazionale è strutturalmente insufficiente: a fronte di un aumento dei costi sanitari stimato al 3,6%, i trasferimenti da Roma crescono solo dell’1,09%. L’accusa è chiara: il governo nazionale sta scaricando sui bilanci locali il peso di una crisi sistemica. I dati parlano chiaro: la spesa è aumentata di 433 milioni, spinta dai costi del personale (+188 milioni), dalla farmaceutica (+117 milioni) e dai dispositivi medici (+35 milioni). A ciò si aggiunge una zavorra storica di quasi 150 milioni di euro per la mobilità passiva, ovvero il costo dei pugliesi costretti a cercare cure altrove.

Il Pelo: Provvedimenti della Regione Puglia

Di fronte a questo scenario, la giunta regionale ha dovuto attingere al portafoglio dei contribuenti. Dopo aver recuperato 107,6 milioni di euro tramite maggiori entrate e risparmi interni, restano da coprire oltre 241 milioni. La soluzione? Un aumento dell’addizionale regionale Irpef.

Il Presidente della Regione, Antonio Decaro, difende questa scelta come un “atto di alta responsabilità istituzionale e di giustizia sociale”. La difesa si basa su tre punti chiave:

  • Progressività: Nessun incremento per i redditi sotto i 15.000 euro, con un rincaro medio di circa 4 euro al mese per i redditi intermedi (15-28.000 euro) e oltre 66 euro mensili per chi guadagna più di 50.000 euro.
  • Resistenza ai tagli: Si è scelto di mantenere aperti gli ospedali e funzionanti i pronto soccorso, chiedendo un sacrificio a chi ha maggiore capacità economica, piuttosto che tagliare i servizi essenziali.
  • Controffensiva sulle cause: La giunta rigetta le accuse di cattiva gestione, attribuendo la colpa a misure nazionali, come quella del Sottosegretario Marcello Gemmato, che ha comportato un aggravio di 22 milioni di euro per le casse pugliesi.

Il Contropelo: Poltrone, Sprechi e Tasse

Tuttavia, la narrazione della “scelta responsabile” si scontra con la dura realtà di chi vive gli ospedali. Finora ha pagato lo Stato; ora, con i rubinetti più stretti, è comodo puntare il dito contro Roma per coprire anni di gestione allegra.

Ecco alcune incongruenze e sprechi che gridano vendetta:

  • La sanità delle poltrone: Chi ha fallito nella programmazione non riceve alcuna nota di demerito. Direttori e funzionari continuano a occupare le loro poltrone, avanzando in carriera o premiati con consulenze d’oro.
  • Cattedrali nel deserto: L’ospedale Covid alla Fiera del Levante è l’emblema dello scempio gestionale. Milioni spesi tra costruzione e smantellamento, con una struttura ora abbandonata. Le alternative c’erano, come l’Ospedale Militare di Bari, lasciato marcire dal 2008.
  • Liste d’attesa e fuga nel privato: I cittadini si trovano a pagare due volte: come contribuenti per finanziare il pubblico e di tasca propria per cure nel privato, a causa di liste d’attesa insostenibili. I provvedimenti finora adottati si sono rivelati costosi spot privi di programmazione.
  • Il paradosso della mobilità passiva: Spendiamo quasi 150 milioni di euro all’anno per mandare pazienti a curarsi fuori regione, spesso per interventi che le nostre strutture possono gestire. Questo “giro di valzer” è spesso un escamotage per aggirare i tetti di spesa.
  • Contrattazione mancata nel farmaceutico: La Regione non riesce a contrattare i prezzi con le Big Pharma, lasciando la medicina territoriale al ruolo di fantasma. Tuttavia, il provvedimento del Sottosegretario Gemmato ha reso l’accesso ai farmaci salvavita più semplice e diretto.

Conclusione

La stangata Irpef non colpirà solo i super-ricchi, ma anche la classe media, costringendo chi lavora duramente a pagare per gli sprechi altrui, senza garanzie di miglioramenti nei servizi. Questo contributo, che potrebbe sembrare un atto di solidarietà, è percepito come un ulteriore accanimento contro chi si spacca la schiena per un reddito dignitoso, alimentando un clima di vero e proprio odio sociale.

Call to action : Caro lettore, tu cosa ne pensi della sanità pugliese? Hai vissuto sulla tua pelle disservizi, sprechi o difficoltà? Racconta la tua esperienza nei commenti e facciamo sentire la voce di chi vive davvero il sistema sanitario!

Sanità Pugliese: Un Gioco di Illusioni

Nasce la geoeconomia

Quando l’economia diventa geopolitica

La geoeconomia sta cambiando il modo in cui le nazioni si confrontano, spostando il potere dalle armi ai mercati

GEOECONOMIA

Viviamo in un’epoca in cui la parola “geopolitica” è ovunque: la sentiamo nei notiziari, la leggiamo nei titoli dei giornali, la usiamo tra colleghi. La geopolitica è l’arte – e spesso la dura realtà – di come le nazioni si muovono sulla scacchiera del mondo, tra confini, alleanze e strategie di potere. Ma oggi, accanto a questa prospettiva classica, si fa strada un nuovo termine: geoeconomia.

La geoeconomia è la sorella meno rumorosa ma altrettanto potente della geopolitica. Se la geopolitica parla il linguaggio delle armi, dei trattati e delle crisi diplomatiche, la geoeconomia usa strumenti più silenziosi ma spesso ancora più incisivi: tariffe, sanzioni, investimenti, controllo delle risorse. È la politica internazionale che si fa con il portafoglio invece che con l’esercito.

Pensiamo alle “guerre dei dazi” tra Stati Uniti e Cina, alle sanzioni che plasmano i destini di intere nazioni, alla corsa per il controllo delle materie prime e delle tecnologie strategiche. In questo scenario, il valore della cultura, della conoscenza e dell’unità – principi fondamentali sia per la professione medica che per quella giornalistica – diventa centrale. Perché, proprio come nella nostra professione, anche nei grandi equilibri globali la cura e la prevenzione contano più della reazione tardiva.

Oggi economia, tecnologia e sicurezza si intrecciano come mai prima. La globalizzazione ottimista ha lasciato spazio a un mondo dove la protezione degli interessi nazionali passa anche per sanzioni, dazi, embargo su risorse strategiche e interventi statali mirati. Il libero mercato si trasforma: generali e consulenti militari entrano nelle scelte delle multinazionali, mentre la produzione di armi avanzate diventa cruciale per difendere cittadini e aziende da minacce nuove come cyberattacchi e conflitti ibridi. Non è una deriva verso la guerra, ma una nuova fase in cui riconoscere i rischi serve proprio a prevenirla.

La geoeconomia ci insegna che le scelte economiche sono ormai il vero cuore pulsante dei nuovi equilibri mondiali. E ci ricorda quanto sia importante restare vigili, informati e uniti, anche nel nostro piccolo, per affrontare le sfide di un mondo che cambia velocemente. Perché, in fondo, anche la salute delle nazioni – come quella dei nostri pazienti – dipende dalla capacità di leggere i segnali, prevenire le crisi e investire nella cultura condivisa.GEOECONOMIA 1

E il nostro Servizio Sanitario Nazionale? In questo scenario globale, il SSN rappresenta una delle più grandi conquiste di civiltà, ma è anche esposto alle onde lunghe della geoeconomia: dipendenza da forniture estere, accesso alle tecnologie, sostenibilità dei costi e capacità di innovare senza perdere l’anima universalistica. La sfida, oggi più che mai, è proteggere questa ricchezza collettiva, investendo su cultura, formazione e unità tra professionisti. Perché solo così il nostro sistema potrà continuare a battere forte, al servizio di tutti, anche quando i venti internazionali cambiano direzione

Nasce la geoeconomia

 

 

Sanità italiana: tra realtà e futuro

Intervista al Prof. Matteo Di Biase

Pubblicata su il Corriere Nazionale Rubrica Pelo & Contropelo 23 gennaio 2026

Un viaggio senza filtri nella sanità italiana, tra sfide quotidiane e visioni per il futuro. Il Prof. Matteo Di Biase ci racconta cosa serve davvero per cambiare rotta, dalla formazione alle liste d’attesa, passando per innovazione e rapporto umano

Oggi a “Pelo e Contropelo” ospito il prof. Matteo Di Biase, storico Ordinario di Cardiologia dell’Università di Foggia, già membro del Consiglio Superiore di Sanità, aritmologo di fama, voce libera e sempre pronta a dire la sua senza troppi giri di parole.

foto-Di-Biase

Con Matteo ci diamo del tu da sempre, sia nella vita che nel lavoro, e mi fa piacere mantenere questa confidenza anche nell’intervista: penso che renda la conversazione più vera e diretta, proprio come piace ai nostri lettori.
Il prof. Di Biase rappresenta un protagonista che ha visto cambiare la sanità italiana  da dentro e che oggi ci aiuta a capire cosa non va – e cosa potrebbe funzionare meglio – su temi caldissimi come liste d’attesa, Pronto Soccorso (PS), medicina difensiva e appropriatezza. Pronto a metterti in gioco, Matteo?

Liste d’attesa: pubblico, privato e intramoenia

Matteo, le liste d’attesa sono diventate un vero incubo per pazienti e medici. Secondo te, cosa sta succedendo e c’è una soluzione concreta che vedi possibile

Le liste d’attesa sono ormai fuori controllo, e il Covid ha solo accelerato un problema che già esisteva. La soluzione è complicata per mancanza di fondi e di operatori (sproporzione tra richieste e fruibilità del servizio), ma serve volontà. Per me il mezzo più efficace e veloce è permettere ai medici e agli infermieri dipendenti del Sistema Sanitario di aumentare il più possibile l’intramoenia, a patto che essi abbiano già coperto il loro carico di lavoro ordinario ed effettuato le prestazioni previste. Svolgere l’attività intramoenia, che prevede una scelta dell’operatore da parte del paziente è un incentivo per fare meglio l’attività ordinaria. Se non mettiamo mano alla disponibilità reale di operatori, possiamo allungare gli orari di apertura quanto vogliamo ma il risultato non cambia. È sempre meglio utilizzare ed incentivare i “propri” dipendenti, di cui si conoscono le qualità, piuttosto che rivolgersi ad “altri”. Il rischio è che il paziente si senta abbandonato e cerchi scorciatoie nel privato, con costi che spesso non può permettersi. Serve una revisione strutturale, non solo qualche rattoppo.

Pronto Soccorso: organizzazione e gestione dell’emergenza

Il Pronto Soccorso oggi sembra sempre sotto pressione, tra barelle e pazienti che restano ore o giorni. Tu che cambiamenti hai visto rispetto a qualche anno fa

Il PS di oggi non è più quello che conoscevamo: prima era il primo punto di contatto, dove il medico osservava il paziente per un breve periodo di tempo e decideva il Reparto per il ricovero, magari dopo una consulenza rapida, disponendo di molti posti. Oggi, invece, per l’impossibilità di trasferimento nei reparti, tutti intasati, il paziente resta bloccato per ore o per giorni su barelle e letti aggiuntivi, spesso in spazi inadatti, perché la diagnosi e la terapia devono essere fatte direttamente lì. Gli esami di secondo livello – TAC, risonanze – sono diventati routine anche nei PS, ma il personale e gli spazi non sono aumentati di pari passo. Bisogna ripensare il PS come una vera struttura interdipartimentale, simile ad una ampia corsia ospedaliera, capace di erogare differenti livelli di prestazioni con personale e risorse dedicate e soprattutto con spazi ampi e progettati ad hoc con ampie visioni. Continuare a tamponare non basta più, servono scelte radicali e coraggiose.

Tassazione e intra moenia: chi ci guadagna davvero

Tanti colleghi dicono che lavorare in intramoenia non è così vantaggioso come sembra. Tu come la vedi?

L’intramoenia, così come è, è una mezza illusione. Il paziente paga come nel privato, l’Azienda trattiene il 35% della prestazione, poi c’è la tassazione ordinaria che supera il 36%, più la trattenuta ENPAM. Alla fine, su 100 euro, il medico ne porta a casa meno della metà. Questo scoraggia molti colleghi e rende il sistema meno efficiente. Bisognerebbe eliminare le trattenute di Regione e Stato, lasciando che il paziente paghi solo la quota destinata realmente al personale. Così si favorirebbe l’accesso alle cure (almeno per le prestazioni ambulatoriali) e si darebbe finalmente valore al lavoro degli operatori, senza pesare inutilmente sui pazienti già in difficoltà per la malattia.

Appropriatezza e richieste “inutili”

Si parla sempre di richieste inappropriate e medicina difensiva. Secondo te, è davvero così facile distinguere il necessario dal superfluo

Parlare di inappropriatezza è rischioso, perché ogni richiesta nasce da un ragionamento clinico che il curante fa per tutelare il paziente. Solo una corretta diagnosi può portare ad una terapia efficace. Certamente le cifre che circolano non sono attendibili e sicuramente non aiutano a risolvere il problema dell’appropriatezza. Bisogna ricordare che la medicina difensiva incide sull’appropriatezza per 2 punti di PIL e rappresenta almeno il 5% delle richieste totali. Ma chi può dire davvero cosa è superfluo e cosa non lo è? La pressione legale e sociale porta i medici a prescrivere di più per evitare rischi, ma il vero problema è la mancanza di fiducia e di strumenti condivisi per valutare l’appropriatezza. Serve più dialogo e meno giudizi sommari.

Adesso, lasciando da parte le criticità organizzative, vorrei chiederti un parere su ciò che riguarda la formazione dei nuovi medici, l’innovazione e il rapporto con i pazienti. Sono aspetti che spesso restano in secondo piano ma che, alla fine, fanno davvero la differenza nella pratica quotidiana e nel futuro della nostra professione.

Formazione e professione medica

Università e formazione pratica

Molti giovani medici dicono che l’Università prepara bene sulla teoria, ma poi in reparto si sentono spaesati. Tu dove pensi che si sbagli e cosa si potrebbe cambiare

Secondo me, l’Università deve puntare molto di più sulla pratica clinica e sul far stare gli studenti più a lungo in corsia sempre in presenza di tutor esperti e con meno lezioni frontali sterili. Solo con l’esperienza e vedendo operare i Colleghi più anziani si impara davvero a gestire i pazienti e a prendere decisioni, non solo a chiedere una batteria di esami nella speranza che sia incluso quello giusto.

Specializzazioni e accesso al lavoro

Il sistema delle specializzazioni è spesso una corsa a ostacoli: test, poche borse, tempi lunghi… Tu come lo miglioreresti

Penso che serva una attenta programmazione dei bisogni per almeno 10 anni e che bisogna mettere a disposizione le borse in maniera proporzionale investendo molto di più. L’accesso deve essere più trasparente e più veloce. Troppi giovani restano bloccati anni, rischiando di demotivarsi o scappare all’estero.

Sanità territoriale e medicina di base

Si parla sempre di potenziare la medicina territoriale, ma i cittadini vedono pochi cambiamenti. Secondo te, dove stiamo sbagliando

Manca davvero l’integrazione tra ospedale e territorio: i medici di base sono spesso lasciati soli e la digitalizzazione è ancora troppo indietro. Servirebbe una rete più forte e strumenti più semplici per collaborare davvero. Aumentare le strutture extraospedaliere aggiungendone nuovi tipi di strutture non è risolutivo in quanto il livello diagnostico nei presidi periferici è limitato dalla scarsa disponibilità di mezzi per la diagnosi per cui alla fine…si ricorrerà sempre in ospedale. Per questo il PS deve essere rivisitato e modificato nella sua struttura (spazi e prestazioni). In alcune città italiane i presidi extraospedalieri fanno rete con l’ospedale in quanto dipendono dallo stesso Direttore di Struttura che, avendo a disposizione tutto il disponibile, organizza e indirizza le prestazioni anche in periferia. È una strada che si potrebbe provare a percorrere.

In una sanità che deve evolversi, innovazione, ricerca e rapporto umano sono diventati sfide centrali. Su questi argomenti, ecco le idee e l’esperienza del Prof Di Biase.

Innovazione, ricerca e rapporto umano

Ricerca e innovazione

L’Italia investe poco in ricerca e innovazione. Secondo te, cosa manca davvero per fare il salto di qualità

È mia opinione che l’unico motore per la ricerca e l’innovazione sono i fondi che non possono essere messi a disposizione dallo Stato. In tutto il mondo un buon 80% dei fondi è fornito dai privati per obiettivi ben definiti tra cui spicca l’innovazione. Inoltre la ricerca è integrata nel senso che le Università partecipano con le proprie strutture a fornire i mezzi. In Italia i fondi statali sono necessariamente limitati, non vi sono ingenti investimenti esteri e le Università non partecipano ai programmi nuovi ed originali per mancanza di strutture. Spesso chi ha idee nuove e valide resta ai margini per insufficiente dotazione finanziaria.

Rapporto medico-paziente e burocrazia

Tra burocrazia e carichi di lavoro, secondo te c’è ancora spazio per il rapporto umano col paziente

È sempre più difficile, ma è proprio quello che fa la differenza. Bisognerebbe alleggerire le scartoffie e ridare tempo e valore all’ascolto, altrimenti rischiamo di perdere il senso della professione.

Prof, da Cardiologo “di lungo corso” e con la passione per il giornalismo, mi capita spesso di riflettere su quanto la comunicazione sia centrale nel nostro lavoro. Visto che ci conosciamo e ci stimiamo da tanti anni, mi fa piacere condividere con te qualche spunto che mi sta a cuore, soprattutto pensando ai giovani colleghi e alle sfide che ci aspettano con la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale.

  1. Comunicazione e digitalizzazione: materie obbligatorie per la medicina che cambia

Prof, quanto pensi siano fondamentali la comunicazione e le competenze digitali per i medici di oggi e di domani? L’Università dovrebbe inserirle nei piani di studio come materie obbligatorie

Sono convinto che la comunicazione sia una vera competenza clinica: se non sai spiegare, ascoltare e creare fiducia, rischi di non curare davvero. Dovrebbe essere insegnata come materia di base, con esercitazioni pratiche e feedback, dal primo anno di Medicina e non lasciata solo all’improvvisazione. Allo stesso modo, oggi è fondamentale conoscere gli strumenti digitali: la medicina sta cambiando e chi non si aggiorna rischia di restare indietro. Serve una formazione di base su informatica e intelligenza artificiale, sia teorica che pratica, per preparare davvero i futuri medici alle nuove sfide — ma sempre con la consapevolezza che la massa delle informazioni va controllata e approfondita continuamente. Solo così le nuove competenze, supportate dalla creatività e dal pensiero critico che può dare solo la mente umana, possono diventare davvero utili nella pratica clinica.

Grazie di cuore, Prof Di Biase, per aver condiviso con noi la tua visione senza filtri e la tua esperienza vissuta sul campo, quella che non si trova nei manuali ma tra le corsie, le barelle e le scelte difficili di ogni giorno. Credo che ai lettori serva proprio questo: voci vere, che non si accontentano di slogan o rattoppi, ma chiedono soluzioni concrete e coraggiose.
Forse sarebbe ora che chi amministra la nostra sanità si fermasse davvero ad ascoltare chi la vive ogni giorno, invece di inventare ricette dall’alto. Perché la medicina si cambia solo insieme, e solo se si parte dalla realtà.
A presto, e grazie ancora per averci aiutato a guardare “a pelo e contropelo” la sanità italiana!

 

OK

https://www.corrierenazionale.net/2026/01/23/sanita-italiana-realta-futuro/